Buster - Servizi Editoriali

Barbara Fiorio

fiorio

Come sei arrivata alla pubblicazione del tuo primo libro?

L’ho spedito a un piccolo editore che corrispondeva ai parametri che mi ero data: non si faceva pagare per pubblicare in nessun modo (quindi neanche obbligando gli autori ad acquistare un tot di copie o cose del genere), faceva una selezione dei libri da pubblicare e dichiarava di essere distribuito sul territorio nazionale. Essendo piccolo e indipendente, è stato facile contattarlo. Gli ho mandato il libro, gli è piaciuto, me lo ha pubblicato. È andata così anche per il secondo libro, anche se con una casa editrice un po’ più grande (ma sempre con gli stessi parametri).

Poi ho cercato un agente letterario e da quel momento non ho più avuto bisogno di contattare direttamente gli editori.

Onestamente, non ritenevo che il mio primo libro – un piccolo saggio ironico sulle fiabe classiche nato da un blog – fosse abbastanza forte da ambire a una grande casa editrice. Mi pareva giusto partire da un piccolo editore, farmi le ossa, capire dove volessi andare con la scrittura. Se tornassi indietro sceglierei nuovamente quel tipo di percorso.

 

Le differenze tra il manoscritto originario e l’edizione stampata sono state significative?

Per niente, ma lo sarebbero adesso, col senno del poi. Mi spiego meglio: forse perché piccolo, era un editore che faceva un po’ tutto da solo, editing, grafica e stampa compresi. Io non sapevo nulla del processo necessario per dare forza a un libro, quindi mi sono attenuta a fare ciò che mi veniva chiesto. Per fortuna sono una specie di grammar-nazi, perfezionista all’esasperazione, quindi mi sono fatta da sola una correzione di bozze, chiedendo anche aiuto ad amici pignoli quanto me. Il testo è uscito pulito, dunque (con giusto qualche refuso dovuto alla formattazione) però un editing è tutta un’altra cosa. Adesso, con anni e libri di esperienza in saccoccia, se dovessi rimettere mano a quel libro penso che lo cambierei, non nella sostanza ma nei dettagli.
Anche per il secondo libro, seppur in quel caso mi fosse stata assegnata una redattrice, ciò che ho avuto è stata fondamentalmente una correzione bozze, fatta tra l’altro in ventiquattr’ore (questo il tempo che mi era stato dato per approvare o meno le correzioni).

Per fortuna non c’era molto da correggere, quindi il tempo mi è bastato, ma, di nuovo, se lo ripubblicassi mi piacerebbe un vero passaggio di editing.

Il primo vero lavoro di editing su un mio testo l’ho avuto in Mondadori per Buona fortuna.

La prima versione di quel romanzo era la versione struccata e in pigiama di quella pubblicata. Sempre lei, nessuno stravolgimento, nessun capitolo saltato, nessun personaggio eliminato, nessun taglio straziante, ma decisamente più pulita, più fluida, più ritmata, più omogenea. Più efficace, ecco.

Lo stesso vale per il romanzo successivo, Qualcosa di vero, uscito per Feltrinelli. Perché quando si ha la fortuna di pubblicare con buone case editrici si ha la fortuna di lavorare con dei professionisti dell’editoria. E la differenza si vede.

 

Con chi hai lavorato alla revisione del testo? Che tipo di esperienza è stata?

Come dicevo, il primo vero lavoro di editing su un mio romanzo l’ho avuto quando sono stata pubblicata dalla prima casa editrice importante, Mondadori. Quella è stata un’esperienza straordinaria, da cui ho imparato moltissimo, un vero incontro con la mia scrittura.

Ho lavorato oltre un mese con una redattrice professionista, Margherita Trotta, e ho capito cosa significa lavorare su un testo. Un lavoro che non solo deve essere fatto da un professionista in quel campo, ma che non possiamo fare noi autori, perché, per quanta esperienza possiamo avere, non abbiamo gli occhi puliti per farlo. Serve uno sguardo esterno e competente.

Un buon editing interviene sulla struttura, ti indica i punti di debolezza del testo, ti suggerisce dove aggiustare, dove approfondire, dove eventualmente tagliare, dove arricchire. L’editor e il redattore sono i migliori compagni di squadra che un autore possa avere, perché lo aiutano a migliorare e valorizzare la storia, i personaggi e la scrittura stessa.

Molti esordienti temono che questo tipo di lavoro snaturi in qualche modo l’autore o l’idea, niente di più sbagliato. Semmai è il contrario: lo aiutano a tirare fuori il meglio da se stesso e dalla sua idea. Certo, l’autore deve anche essere capace di raccogliere e accettare le indicazioni, se si arrocca su ciò che ha fatto rischia di perdere una preziosa occasione.
Non sto dicendo che tutto ciò che l’editor e il redattore suggeriscono vada accettato ciecamente, sia chiaro, se siamo particolarmente convinti di un passaggio, di una soluzione narrativa o di una caratteristica, per fare degli esempi, facciamo bene a difendere la nostra scelta, ma dobbiamo capire perché l’abbiamo fatta, farlo capire anche a loro, motivare, argomentare, perché se in quel punto c’è qualcosa che a loro non convince forse è necessario soffermarsi, capire dove si inciampa e, se non ci convince la soluzione proposta, trovarne un’altra che convinca anche noi e che risolva il problema.

Avete presente un allenatore sportivo? Un editor è un allenatore sportivo e l’autore è l’atleta: senza un buon allenatore non è detto che un atleta arrivi a sviluppare il proprio potenziale e andare, per dire, alle Olimpiadi.

 

Questo metodo ha influito sui tuoi libri successivi?

Sicuramente. Non potrei più fare a meno di un editor. Tra l’altro, ogni volta, per me è un processo interessantissimo perché mi offre l’occasione di notare cose che non avevo notato e caratteristiche della mia scrittura che mi erano sfuggite. Lavorare all’editing con dei professionisti è come fare un master di scrittura. Bellissimo. Non vi dico le chiacchierate sulle virgole.

 

Titolo, bandelle, note biografiche, copertina: ti ci applichi o lasci fare all’editore?

Finora ho sempre partecipato anche io dando il mio contributo.

Sul titolo è ovvio, quando si scrive si dà sempre un titolo al proprio libro, ma non bisogna affezionarcisi troppo: me l’hanno cambiato due volte su quattro. Se ne parla, però, ci si ragiona insieme, si cerca di capire cosa e perché non funzioni il nostro e di trovare quello giusto. È anche quello un processo creativo, e comunque il titolo del tuo libro te lo devi sentire bene addosso, perché resterete uniti a lungo. Ci sono editori che danno più spazio alle tue opinioni, altri meno, ma credo che quello sia normale. Preferisco i primi, ovviamente.

In Feltrinelli mi hanno coinvolta su tutto, anche sulla scelta della copertina tra le varie suggerite dai grafici. Non è stato difficile: hanno fatto un lavoro fantastico e quando è arrivata la copertina definitiva nessuno di noi ha avuto dubbi.

Insomma, io mi ci applico e contribuisco, ma rispettando il lavoro di chi ne sa più di me.

 

Cosa pensi del self publishing? Si può fare tutto da soli per diventare scrittori?

Onestamente, no. Non si può fare tutto da soli per diventare scrittori, se stiamo parlando di buona scrittura e di pubblicazioni serie. Credo che sarebbe presuntuoso e arrogante pensarlo.

Azzardo un’analogia: pensiamo a un architetto (scelgo questa professione perché, come la scrittura, ha un lato fortemente creativo ma necessita anche di un’ottima padronanza tecnica).

Una persona, per diventare architetto, deve non solo avere un diploma superiore, ma aver seguito un percorso di studi universitari in architettura, aver passato tutti gli esami previsti, da quelli più tecnici a quelli più creativi, essersi laureato, aver fatto pratica in uno studio di architetti, seguito cantieri e clienti. Poi può aprirsi uno studio da solo e fare l’architetto.

Il percorso di uno scrittore è, o dovrebbe essere, simile: si studia, nel senso che si divora buona parte della letteratura, dalla classica alla moderna, dall’italiana alla straniera, si scrive, riscrive e butta via, si passa l’esame di uno o più editori, da piccoli a grandi, di un agente letterario e nel mezzo si passano gli esami degli editor, dei redattori, dei librai (non scordiamo l’importanza dei librai), dei critici e ovviamente dei lettori. Esami che si rifanno per ogni libro, e ogni volta con le aspettative più alte. Ci si “laurea” quando si arriva a pubblicare con un’importante casa editrice, quando si firmano contratti con editori stranieri, quando il libro viene distribuito e soprattutto venduto su tutto il territorio nazionale, quando, insomma, si sono passati tutti gli esami.

Perdonate la schiettezza, ma secondo me auto-pubblicarsi è come essere bravi a Lego e dichiararsi, per questo, architetti.

Detto ciò, è importante fare una netta distinzione tra l’editoria a pagamento e l’auto-pubblicazione.

Partite da un presupposto importante: una casa editrice non chiede soldi all’autore, semmai gliene dà (l’obiettivo è quello). Perché è l’autore che ha creato il “prodotto”. Una casa editrice è l’impresa che sceglie, tra gli altri, quel “prodotto” e ci investe. Ci investe con le proprie competenze (editing, grafica, stampa, distribuzione, promozione e comunicazione, per dire le principali) e si assume il rischio di impresa. Per questo si tiene una notevole percentuale sui ricavi (il 90%, di cui ben più della metà va alla distribuzione).

Per tale motivo l’autore non paga l’editing, non paga la grafica, non paga la prova colori, non paga le spese di stampa, non compra un tot di copie da vendersi da solo (perché l’autore non va in giro a vendere il proprio libro, non è un venditore porta a porta, non gestisce una bancarella al mercato, non ha nemmeno una libreria).

Pagare per essere pubblicati è come comprarsi la laurea su internet (vado matta per le analogie, avete notato?)

Piuttosto, ed ecco che arrivo all’auto-pubblicazione, se proprio ci tenete da matti a veder pubblicato un vostro libro, o magari volete fare un regalo agli amici e ai parenti, o è una cosa per voi, visto che nessuna casa editrice ha accettato di pubblicarlo ma voi ci credete tantissimo, ve lo fate da soli. Sia chiaro: non state diventando scrittori, il vostro libro non è pubblicato “come un libro vero”, nel senso che non ha passato il vaglio delle case editrici, e se un giorno un editore sceglierà un vostro testo da pubblicare, non mettete nella vostra bibliografia ciò che avete auto prodotto, a meno che non abbiate strabiliato il mercato raggiungendo numeri di vendita da classifiche nazionali.

Però, ripeto, se per voi è importante farlo, allora fatene un’esperienza utile: affidatevi a dei professionisti per una scheda di lettura (almeno per sapere se davvero vale la pena spendere altri soldi per quel libro), poi per l’editing e la correzione bozze, magari per la grafica e per una buona stampa. Se potete anche appoggiarvi a una piccola ma seria distribuzione, meglio.

In questo caso, pagate per questi servizi ma l’intero ricavato è vostro (o lo dividete con il distributore e/o la libreria che vi vende).

Potreste anche decidere di fare quell’investimento per avere qualcosa di completo e pulito da non rendere pubblico ma da mandare alle case editrici.

 

Infine la domanda del secolo: un consiglio ai nuovi autori per essere pubblicati…

Credete in voi ma mettetevi anche completamente in discussione.

Abbiate l’umiltà di capire se il vostro testo è all’altezza di passare il vaglio di una casa editrice.

Cercate di capire quale sia la giusta casa editrice con cui cominciare (se inviate un rosa a chi pubblica solo gialli non siete sulla buona strada).

Accettate i rifiuti e cercate di capire perché.

Non datevi alibi. Se nessuno vi pubblica: forse non avete (ancora) scritto un buon libro; forse scrivere non è il vostro talento (ne avrete un altro, credo che tutti ne abbiano uno); forse avete sbagliato case editrici; forse lo avete presentato male. Non è perché non avete le conoscenze giuste. Che aiutano, non lo nego, ma vi giuro che, quando ho cominciato, io non le avevo e tanti miei amici scrittori nemmeno.

Non pretendete: nessuno vi deve niente. Perché pubblicare non è un diritto. È un diritto provarci.

Investite: tempo ed eventualmente denaro, se pensate che un buon laboratorio di scrittura narrativa possa esservi utile o se avete bisogno di una buona scheda di lettura sul vostro testo per capire come mai viene rifiutato.

Non cadete nell’errore di credere che scrivere porti a guadagnare molti soldi, avere fama, andare in televisione, frequentare l’élite culturale della vostra città o altre amenità.

Scrivere non è nemmeno avere una buona idea, non solo. Potete avere una buona idea per un libro che magari è stato già scritto da qualcuno più bravo di voi un secolo fa o dieci anni fa. Se non leggete non ve ne accorgerete. O potete avere una buona idea ma non saperla trasformare in un romanzo. Può succedere.

Scrivere è rompersi la testa su una parola o su una frase anche per un giorno intero, è migliorarsi continuamente, lavorare senza sosta sulla propria scrittura, leggere i migliori, capire cosa funziona e cosa no, mettere tutto da parte – partita, fidanzato, vacanze, grigliata con gli amici – perché state rincorrendo una storia che vuole uscire.

E fatevi leggere da persone che sono in grado di dirvi se ciò che avete scritto merita di essere pagato per essere letto.

Chiudo con una piccola postilla che può sembrare fuori tema ma non lo è: leggere un inedito comporta ore di lavoro; elaborare un parere su quel testo ne comporta altre; indicare sul testo ciò che funziona e ciò che non funziona significa leggerlo almeno due volte e aggiungere altre ore di lavoro; correggerlo ulteriori ore; spiegare tutto all’autore – a voce o per iscritto – altre ancora (e spesso molta difficoltà).

Il tutto attingendo non solo al proprio tempo ma anche alla propria esperienza e alle proprie competenze.

Quindi, quando contattate un professionista del settore – scrittore, editor, agente, redattore – gli state chiedendo di lavorare per voi. Abbiate sempre rispetto per questo tipo di lavoro, non aspettatevi che venga fatto gratuitamente, volontariamente, sicuramente, velocemente, felicemente.

Le uniche che non vi fanno pagare per leggere e vagliare un vostro inedito sono le case editrici. E vi leggono, magari non in due settimane, ma entro sei mesi di solito vi leggono. E siccome sono sempre alla ricerca di buoni autori, se gli siete piaciuti vi contattano.

 

 

Barbara Fiorio (Genova, 1968), formazione classica, studi universitari in graphic design, un master in marketing communication, ha lavorato per oltre un decennio nella promozione teatrale ed è stata la portavoce del presidente della Provincia di Genova. Tiene corsi e laboratori di comunicazione e di scrittura creativa. Ha pubblicato il saggio ironico sulle fiabe classiche C’era una svolta (Eumeswil, 2009) e i romanzi Chanel non fa scarpette di cristallo (Castelvecchi, 2011) e Buona fortuna (Mondadori, 2013), Qualcosa di vero (Feltrinelli, 2015). I suoi libri sono tradotti in Spagna e in Germania.